Uomo che saluta - olio su tela 1996

Uomo che saluta - olio su tela 1996
Esposto nel 1997 (c'era quel coniglio di Piero Golia) - coll. Franco Chirico

Saul Bellow 1997: funzione dell'arte

Io non propongo assolutamente niente. Il mio unico compito è descrivere. I problemi sollevati sono di ordine psicologico, religioso e - pesantemente - politico. Se noi non fossimo un pubblico mediatico governato da politici mediatici, il volume della distrazione forse potrebbe in qualche modo diminuire. Non spetta a scrittori o pittori salvare la civiltà, ed è uno sciocco errore il supporre che essi possano o debbano fare alcunché di diverso da ciò che riesce loro meglio di ogni altra cosa. […] Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo.
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mercoledì 3 febbraio 2016

Leonardo da Vinci, il disegno

Leonardo comincia dal di dentro, dallo spazio mentale, e non dalle linee di un contorno ben aggiustato, per finire (quando rifinisce e non lascia invece i suoi dipinti incompiuti) effondendo la sostanza del colore come un soffio che investe la concezione dell'immagine corporea propriamente detta, assolutamente indescrivibile. I dipinti di Raffaello si adagiano in 'piani' dove si compartiscono  i gruppi armoniosi, e uno sfondo limita l'insieme con molta misura. Leonardo non conosce che lo spazio unico, vasto, eterno, in cui – per così dire – si vedono le figure planare. Il primo offre nell'ambito dell'immagine una somma di oggetti individuali e contigui; il secondo una porzione d'infinito.
 O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes, 1917


Leonardo da Vinci, disegno


sabato 10 ottobre 2015

Storia di un quadro | Senza titolo, olio su tela

Disegno: procedimento compositivo che può rappre­sentare un'opera d'arte in sé o la fase preparatoria o iniziale di un'opera, sia pittorica, che scultorea che architettonica. In pittura, il D. è integrato al processo operativo sia nella sua forma di fase preliminare sia nel suo aspetto compiuto di contorno delle forme. I pittori del Trecento e del Quattrocento erano soliti tracciare sulla tavola le linee di contorno, all'interno delle quali stendevano successivamente il colore. Per gli affreschi, essi realizzavano le sinopie (le preparazioni con ocra rossa del D.), che costituivano allo stesso tempo il progetto e la fase iniziale dell'opera. In una figurazione dipinta, è estremamente difficile stabilire dove finisca il D. ed inizi la pittura, poiché anche lo spessore del tratto di contorno può rappresentare una macchia di colore e anche il colore può essere ridotto a linea ed ha, comun­que, un limite di contorno, un margine lineare. Ciò non ha impedito, nella storia della pittura, un dibattito stilistico tra i sostenitori della prevalenza del D., cioè della linea, sul colore e i sostenitori della prevalenza del colore sulla linea. Ne è un esempio la contrapposizione tra Ingres e Delacroix: il primo sostiene che il «D. è la probità dell'arte» e staglia le forme in contorni nitidi e chiari; il secondo sostiene che «il pregio del quadro sta nell'indefinibile» e che «la fredda esattezza non costitui­sce l'arte». 
Questa contrappo­sizione rappresenta anche la base della diversità dell'e­stetica neoclassicista rispetto a quella romantica: per la prima, la precisione della linea incarna il bisogno di rigore e di ordine; per la seconda, il colore costituisce il mezzo per esprimere la carica emozionale e sentimenta­le dell'artista. Ma non si deve pensare che l'identificazione della linea con il razionali­smo e del colore con il soggettivismo sia un elemento definitivo nella storia della pittura; essa rappresenta piuttosto una tendenza che può talora emergere, ma non un canone scontato. Esistono, ad esempio, pittori come Toulouse-Lautrec, Rousseau, Matisse e Dalì, che si servono di contorni esatti e nitidi per esprimere il proprio mondo interiore ed irrazionale.
 Scrittori e opere, Marchese Grillini


senza titolo, olio su tela 1996 - Gianluca Salvati

domenica 2 agosto 2015

Zoran Music, le immagini e il vento

È strano come le Sue immagini mi ricordino il vento...

Il vento spazza via le cose, e l'uomo può soltanto esserne travolto.

 Avrei una bella pretesa se volessi sostituirmi al vento: ci riescono soltanto i grandissimi artisti, come Giorgione, Bellini, Picasso. Sono stati uragani che hanno cambiato il mondo della pittura, che lo hanno trasformato. Quanto a me, mi accontenterei di essere ricordato come una leggera brezza.

Zoran Music - Dialogo con l'autoritratto, Paolo Levi

 


Autoritratto, olio su tela Zoran Music

domenica 22 febbraio 2015

Visita a Burri con Massimo Bignardi | Città di Castello: il cellotex danneggiato

Quando frequentavo il corso di Nudo all'accademia di Belle Arti di Napoli, ho preso parte a diverse gite e viaggi d'istruzione a musei e fondazioni. Una di queste, nel marzo 1994, riguardava la Fondazione Burri a Città di Castello. La organizzava il professor Massimo Bignardi, insegnante di storia dell'arte all'accademia.
Essendo il viaggio della durata di un solo giorno, la partenza era prevista prima delle 8.00. C'era stata una discreta adesione alla gita, si partiva con due pullman. Massimo Bignardi era sul mio autobus. Ricordo che parlava della situazione politica del momento: non c'erano più i riferimenti degli anni prima del 1992. Rimanevano in piedi i sindacati. E poi di punto in bianco fece una tirata positiva su Mediaset, in particolare: il prof Bignardi aveva fatto richiesta di contributi per una non meglio precisata mostra e a Rete Quattro aveva trovato persone disponibili che avevano soddisfatto la richiesta senza battere ciglio.  Dall'arte alla politica
Non riuscivo a trovare il nesso tra Rete Quattro e l'arte, forse provando ad anagrammare le parole qualcosa dovrebbe venir fuori...

Il mese prima, avevo ascoltato una conferenza di Vittorio Sgarbi all'hotel Vesuvio. L'onorevole presentava una nuova lista politica... e durante la conferenza prese a parlare di arte.  
Dalla politica all'arte... 
Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni che avrebbero visto la vittoria del noto piduista nonché monopolista televisivo, Silvio Berlusconi...

Era una bella giornata e il viaggio fino a Perugia fu piacevole. Visitammo la fondazione, dove erano esposte opere con le varie fasi dell'artista il quale era una fascista e non ne ha mai fatto mistero (ma amo da sempre la sua opera, al di fuori delle pitture...).
Si era alla fase in cui Burri lavorava con la fiamma dei cellophane, plasmandoli secondo le sue esigenze, senza usare neanche una mascherina di protezione dai fumi.

Alberto Burri lavora un cellotex - foto Aurelio Amendola

A un certo punto l'addetta alla fondazione si accorse che un cellotex di Burri era stato danneggiato. Pare che un allievo dell'accademia per fare uno scherzo si sia accorto che da un quadro cadeva un lembo di cellophane.
Mentre si stabiliva cosa era accaduto, continuai a guardarmi la mostra. Quando raggiunsi il gruppo, stavano ancora discutendo, ma stavolta c'era anche un signore alto e piuttosto anziano, gli avrei dato dagli 80 ai 90 anni, ma forse ne aveva di più. Il ragazzo che aveva scherzato vicino al quadro, un certo Dario, sembrava piuttosto allarmato per come si erano messe le cose. Il vecchio diceva: -Ora che lo saprà l'artista... 
Il valore di quel quadro danneggiato era 300 milioni di vecchie lire. Il ragazzo si era messo in un bel guaio. Qualcuno lo prendeva  in giro, (è risaputo che i napoletani hanno sempre voglia di scherzare): "Ora devi dargli 300 milioni!" A quel punto il professor Bignardi, che scriveva anche per Repubblica (sezione Napoli e provincia), minacciò il vecchio dicendogli che avrebbe scritto sul giornale del pessimo trattamento subito solo perché napoletani (di Napoli e provincia). 
Il vecchio rispose con la sua voce baritonale: -Ci mancava solo questo... 
Quelle parole dovevano avere il valore di un congedo, perché noialtri andammo via. Ripartimmo, direzione Tuoro, sul lago Trasimeno, dove torreggiavano le sculture di Burri con una disposizione che mi ricordava Stonehenge. Alle 7 della sera prendemmo la via del ritorno.
Il pullman era assai stratificato, c'arano i casinisti, quelli che cantavano, e c'erano persone più cerebrali e silenziose. Non mancava qualche figliola carina. Massimo Bignardi era sul nostro pullman, ma all'ultima sosta, durante il rifornimento di gasolio, scese per andare sull'altro pullman.
Era piuttosto tardi, ed eravamo in forte ritardo rispetto alla tabella di marcia. Prima della partenza l'autista imprecò contro il prof e lanciò il pullman (c'era ancora il cambio delle marce manuale) in uno sprint da formula uno. Poi, per fortuna mantenne un'andatura entro i limiti del buonsenso.
Non molto tempo dopo, però, cominciò a ciondolargli la testa. La qual cosa non prometteva nulla di buono. Ora, di un intero pullman nessuno se ne accorse. O almeno questa fu la sensazione che ricevetti: ciascuno continuava nelle proprie discussioni o attività. Solo io e una ragazza, un bel pezzo di figliola seduta davanti che era rimasta dritta a guardarlo ma senza dir niente, come ipnotizzata, eravamo gli unici consapevoli delle condizioni critiche del conducente. Ad ogni modo mi andai a sedere proprio a fianco del guidatore, forse chiesi a qualcuno di cedermi il posto. L'autista lottava senza fortuna con il sonno, le palpebre gli calavano pesantemente sugli occhi, anche se teneva bene la strada. Decisi di agire in maniera soft, senza allarmarlo. Ero capacissimo di tenergli il volante qualora ne perdesse il controllo, cosicché rimasi lì di vedetta: un occhio a lui e uno alla strada. Non appena capivo che lo stavo perdendo, prendevo a parlargli, facendogli qualche domanda. 
Il giovane, non aveva più di trent'anni, anche se piuttosto conciato, rispondeva bene agli stimoli sonori. E il viaggio proseguì tranquillo fino a Napoli all'una di notte, quando l'autista aveva riacquistato una forma decente.

sabato 21 febbraio 2015

Carmine Di Ruggiero e Giuseppe Pirozzi | Villa Faggella a Capodimonte

Nei primi anni novanta, in pieno rinascimento napoletano, presero piede alcune iniziative mirate a valorizzare il patrimonio storico-artistico di Napoli. La manifestazione più nota è "Maggio dei monumenti": periodo nel quale si dava la possibilità di visionare opere artistiche o visitare siti storici, non accessibili durante l'anno.
Un'altra iniziativa degna di lode, invece, riguardava gli atelier di pittori, scultori, ceramisti, ecc. che operavano nel napoletano. Durante un fine settimana si poteva accedere agli studi di quegli artisti.
Fu in una di queste occasioni che conobbi Carmine Di Ruggiero.
Carmine Di Ruggiero è un pittore assai interessante: materico e solare. Dei pittori napoletani è decisamente il mio preferito. Il maestro aveva lo studio in una antica villa nei pressi della bosco di Capodimonte, villa Faggella. L'ingegner Faggella, proprietario dell'immobile, fittava gli spazi della villa unicamente agli artisti.
Già nel 1992 avevo visitato, con alcuni colleghi di corso, lo studio del professor Giuseppe Pirozzi a villa Faggella. Giuseppe Pirozzi, scultore, insegnava disegno al corso di Nudo dell'accademia di belle arti durante il mio primo anno di frequenza.

Durante un fine settimana dei primi mesi del 1995, tra febbraio e marzo, ci fu la seconda edizione di Atelier aperti. Tra gli artisti che avevano aderito all'iniziativa figurava anche Carmine Di Ruggiero. Non potevo chiedere di meglio. Epperò c'era un problema: quel fine settimana ero influenzato e stavo decisamente male. Non era il caso di muoversi, tra l'altro soffiava un vento freddo che era tutto un programma...
Il sabato me ne restai a casa a recuperare, ma anche il giorno dopo ero assai conciato: stavo in piedi per scommessa. 
Mi feci un paio di calcoli, soppesai i pro e i contro, risultato: quando mi sarebbe ricapitato? Dunque mi preparai e andai a sfidare il vento siberiano.
Mi incamminai a piedi perché non era il caso di mettersi a guidare in quelle condizioni. 

Anche se non era molto distante da casa mia il percorso sembrava interminabile. Per questo motivo più che una visita d'istruzione mi parve di compiere un pellegrinaggio.
Giunto a destinazione, vidi che c'erano anche altri studi aperti, come quello di De Tora al pian terreno. Visitai quelle ampie sale dove si esponevano pittura astratte peraltro piuttosto ripetitive. Quando salii dal maestro, avrei dovuto pensarci, non gli feci una buona impressione. Mi domandò se gli altri artisti avevano aperto gli studi. Gli risposi di si, li avevo appena visitati. Mi disse che voleva approfittare dell'occasione per darci un'occhiata. L'accompagnai a visitare gli altri studi. Lì, il maestro si fermò a parlare con De Tora e Dalisi.
Tempo dopo, finalmente, andammo a visitare il suo studio e ad ammirare i suoi lavori. Confermavo il giudizio che avevo sulla sua produzione, anzi visti dal vero quei lavori erano ancora più vividi e solari. Mi lasciavano senza parole. In quei quadri il maestro catturava la luce di giornate ventose e limpide come quella domenica sulla collina di Capodimonte.
Durante la conversazione con gli altri due, operatori estetici, Di Ruggiero mi disse che, se volevo, potevo intervenire nella conversazione. Gli risposi che preferivo ascoltare. 
Il maestro fu soddisfatto dalla risposta. Ad un certo momento i due ospiti si congedarono e Di Ruggiero mi fece qualche domanda. Gli dissi che ero iscritto al corso di Nudo dell'accademia. "Ah, con Gerardo...", disse.
Mi chiese se ero tra i partecipanti al premio della libreria Guida. Risposi affermativemente. "Sei tu che hai fatto quella specie di scimmia, quel cane..?". Ridendo gli dissi che ero io l'autore del cane. Il maestro si fece serio e sentenziò: "Bello!".


Fox, tempera su cartone - Gianluca Salvati 1994

Il premio non era ancora concluso, c'era stata una prima selezione verso novembre, ed io e i miei colleghi l'avevamo superata. Sapevo che il quadro principale funzionava, ma sentirlo dire da uno della giuria, un vero e proprio talento, faceva tutt'altro effetto.
Quando lo salutai, il maestro mi disse di andarlo a trovare in accademia (ci poteva contare).
Il ritorno a casa fu decisamente più lieve dell'andata.

domenica 25 gennaio 2015

Armando De Stefano a Spazio Arte

Nella seconda metà di aprile del 1999, Paolo Mamone Capria stava curando il catalogo dell'opera di Armando De Stefano. In quel periodo esponevo la mia "prima personale" da Spazio Arte (la "primissima" personale l'avevo tenuta 3 anni addietro in un bar poco distante). Così, una sera Paolo si presentò col mitico pittore napoletano: quello che con la pittura si era arricchito (a Napoli, per giunta).
C'è da dire che il talento di Armando De Stefano è innegabile già dalla sua prima produzione, dunque il merito al successo è ampiamente riconosciuto. Che poi l'artista ad un certo punto della sua carriera abbia preso a ripetersi, come piace al mercato, resta un dettaglio.
Diverso è il caso di quelli, che in assenza di talento o grazie a non meglio precisati talenti, vanno avanti, per così dire, baciati dal regime...
Il mondo è pieno di gente così. Io stesso ne ho conosciuti.
Tornando ad Armando De Stefano, fu un vero onore annoverarlo tra i notabili della scena artistica napoletana che si erano affacciati alla mia personale. Dal prof dell'accademia Massimo Bignardi, tanto per citarne qualcuno, all'editore Tullio Pironti, che si presentò una mattina parlando con un accompagnatore. Fece un giro nell'ampia sala guardando i quadri uno ad uno, sempre interloquendo col suo conoscente che lo seguiva al fianco. E sempre dialogando se ne uscirono, così com'erano entrati.
Mi pareva la versione riveduta e corretta della scuola peripatetica
E, ancora meglio, mi ricorda un'intervista a Massimo Troisi, dove il comico partenopeo parlava della funzione dell'arte e più in particolare del ruolo dell'attore.
Ebbene: secondo Massimo Troisi, l'attore ideale era americano (statunitense ndr.), perché, qualunque cosa facciano, parlano e parlano.
Portava l'esempio dello statunitense medio che rincasa. Saluta la moglie e comincia a parlare. Si dirige in cucina dialogando: domanda, risponde, racconta. Apre il frigo, cerca qualcosa da bere e continua ad articolare parole e frasi con la consorte che si trova nell'altra stanza.
Questa era, per massimo Troisi, la quintessenza di un attore: un tipo loquace, a prescidere da ciò che fa.

Paolo Mamone Capria è un signore nato. Sapevo che stava curando il catalogo per Armando De Stefano, dato che lui non ha mai fatto mistero delle sue attività. Ma non credevo che portasse l'artista alla mia personale.
Fu una vera sorpresa. 

Era grazie a Paolo se e il gruppo dei "Fab Four", come lo chiamavo scherzosamente io, stava in piedi.
Ma la parte più bella di questa storia è che il maestro Armando De Stefano ritornò alla mia mostra, sempre con Paolo Mamone. Quando mi salutò, disse che lo invitavano spesso vernissage e inaugurazioni di mostre... ma c'era un solo motivo che lo spingeva a ritornare ad un'esposizione: perché i quadri gli erano piaciuti.


Discobolo, olio su tela - Gianluca Salvati 1999


venerdì 5 dicembre 2014

La scienza della pittura e la filosofia naturale | Leonardo da Vinci e l'arte plastica

"Sel pittore vuol vedere bellezze che lo innamorino, egli n'è signore di generarle; se vuol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n'è signore e creatore; e se vol generare siti e deserti, lochi ombrosi o freschi ne' tempi caldi, esso li figura e così lochi caldi ne' tempi freddi... et in effetto ciò ch'è nell'universo per essenzia, frequenzia o immaginazione, esso l'ha prima nella mente e poi nelle mani" (dal Codice Urbinate). 
Mai il compito del pittore era stato tanto alto, né mosso da simile tensione titanica. Per Leonardo la pittura, suprema arte della figura superiore alla scultura, alla musica e alla poesia e summa di ogni conoscenza concessa all'uomo, è equiparata alla filosofia naturale, che indaga l'apparenza delle cose e le cause dietro ad esse celate. La sfera del rappresentabile si è allargata a ogni campo della realtà e dell'immaginazione; l'arte ha pienamente conquistato la sua liberalità.
Leonardo da Vinci - ArtBooK

Il cartone della Sant'Anna, Leonardo da Vinci

sabato 25 ottobre 2014

Enrico Cajati nel ricordo di Salvatore Vitagliano | Pittura figurativa contemporanea

Moderato al nutrirsi e a ogni altro avere che non fosse la sua parola, che spendeva sempre ovunque e volentieri per onor del vero e amore di giustizia, Enrico si concesse un’unica eccezione: qualche puntatina al lotto. Ma quelli erano esami preliminari, il settimanale confronto col fato: lui, uomo profeta, divinatore e mago, da buon napoletano, spendeva a volte qualche mille lire per verificare l’esattezza delle sue percezioni, e da assistito qual era, ebbe spesso a trarne vantaggio.

Untitled,  olio su tela - Gianluca Salvati 1996

[..] Basso, trasandato, brutto e perspicace, era capace di sorprendere chiunque e a tutti distribuiva fiammeggianti scintille del suo sapere. Gentile con l’onesto, forte coi forti, amico con gli amici, nemico coi nemici dell’arte, alla fine, quasi a consolar se stesso, fu sempre coi perdenti. Dell’animo degli umani nulla gli sfuggiva.  Ai curiosi perdigiorno, agli invadenti, ai troppo sicuri di sé, quando gli chiedevano di poter visitare il suo atelier, dava sempre un altro indirizzo che non era poi tanto distante da quello reale e in questo v’era forse uno scopo ben preciso: come i grandi maestri Zen, per entrare nel suo Tempio (i sottoscala di Santa Teresa), dovevi quantomeno superare delle prove e la prima e più importante era quella di trovare il luogo, e com’era difficile: quante volte in tanti ci hanno girato intorno, molti (i più pazienti) aspettarono anni prima di inoltrarsi in esso, altri, a meno che il destino non li guidasse o fossero dei fortunati, non lo trovarono mai.
Salvatore Vitagliano (artista)

domenica 5 ottobre 2014

Augusto Perez e Paolo La Motta | Il maestro e l'allievo

Alla mostra collettiva del '99 venne anche Augusto Perez, uno degli scultori figurativi più interessanti degli ultimi anni. Il maestro era stato insegnante di scultura di Paolo La Motta all'accademia di Belle Arti. Augusto Perez era siciliano, stimatissimo da Guttuso che lo voleva a Roma, dove avrebbe avuto ben altri riscontri. Ma lui aveva scelto Napoli perché era la città più vicina alla sua sensibilità.
Paolo La Motta era stato suo allievo, come già detto, e quando si dice dell'allievo che supera il maestro... ecco: quella metafora non fa al caso nostro. 
Non solo, ma sfortunatamente per Paolo La Motta, l'allievo non è arrivato neanche ad eguagliare il maestro. Neanche molto alla lontana. 
Diciamo che quella distanza iniziale, tra l'allievo e il maestro, è rimasta invariata.
 
L'ultima volta che ho fatto visita alla casa-studio di Paolo La Motta, nell'aprile del 2008, mi si è confermata un'idea che già avevo sulla sua produzione e su di lui. Paolo La Motta brancola nel buio, letteralmente, non sapendo che stile, filone, via, sentiero (per quanto scosceso), o scorciatoia seguire, e a chi accodarsi per giustificare il proprio "essere artista".

Un dusegno di Augusto Perez, grafite su formica

Del grande Augusto Perez ricordo una fenomenale mostra al Palazzo Reale di Napoli nel 1992. Una mostra bella da togliere il fiato. Tutto il resto è patetica decorazione.

domenica 21 settembre 2014

Enrico Cajati e il camorrista | Paolo La Motta al Castel dell'Ovo

Su Enrico Cajati circolava una storiella che pareva spuria, invece ho verificato essere autentica al 100%.
Non è una storia da manuale, tipo quelle raccontate da Saviano o dal Mattino di Napoli, storie che narrano le gesta da far west della criminalità organizzata napoletana. Soffermandosi unicamente sull'aspetto flokloristico e stucchevole del fenomeno. Dato che anche il far west è un'invenzione cinematografica...

"C'era una volta un pittore che amava vivere i vicoli di Napoli. Un uomo semplice e schietto che era riuscito a farsi apprezzare fin da giovane: a 28 anni fu invitato alla biennale di Venezia.
In quello stesso periodo c'era un camorrista, rampollo, neanche a dirlo, di una famiglia di noti delinquenti. Il camorrista aveva un problema: doveva reinvestire e riciclare i soldi sporchi che tanto facilmente incamerava. Dato che, nella sua volgarità, si riteneva un tipo fine, decise di dedicarsi all'arte contemporanea. Nella sua mente primitiva, aveva infatti notato che gallerista faceva rima con camorrista, e poi che entrambe le parole erano formate da 10 lettere! 
Che mente elevata, non riusciva proprio capacitarsi di poter esprimere cotanto genio.
Di artisti ne trovava a bizzeffe, di ogni nazionalità, formazione e indirizzo artistico, dato che nessuno andava per il sottile sulla provenienza di quei soldi. Pecunia non olet, dicevano gli antichi.
Un giorno il “gallerista” era venuto a conoscenza di quel pittore venuto dal nulla e si era messo in testa di farne un artista della sua scuderia: voleva lanciarlo, come si dice in gergo.

Il pittore accettò, era una persona di una semplicità sconcertante, parlava con tutti. Accettò l'incarico e l'assegno di alcuni milioni, pare 10, che all'epoca erano una vera fortuna: lo stipendio medio era di poche centinaia di migliaia di lire. 
Il pittore, però, cominciò col prendere tempo prima di onorare il patto, il tempo passava e i quadri non erano mai pronti. Non era tanto convinto dell'affare: per lui la provenienza di quei soldi faceva la differenza. Così i quadri non erano mai pronti. 
La pazienza del “gallerista” cominciò a vacillare, non ne poteva più di quelle risposte evasive, era un tipo fine, ma fino a un certo punto. 
Un giorno prese di petto la situazione e arrivò a minacciare il pittore: “Se non mi ridai i soldi ti rompo la testa!”. 
Il pittore tirò fuori l'assegno e glielo porse: non l'aveva neanche incassato!"

Dunque il  pittore è Enrico Cajati, e non è il caso di dire il nome del camorrista: farsi denunciare da una merda simile sarebbe il colmo per me!


Paolo La Motta alla mostra di Enrico Cajati - 2006



venerdì 4 luglio 2014

Alessandro Papari e il disegno a mano libera | Pittura e tecnologia

Col Papari si parlava spesso di utilizzare il proiettore per la realizzazione del disegno su tela. Lui ad un certo punto si è attrezzato (il Papari è un ragazzo volenteroso). A me l'idea piaceva, ma fino ad un certo punto. In realtà sono a favore di un disegno a mano molto libera. Così come sono contrario anche a sistemi di ingrandimento e riproduzione quali la quadrettatura. Non ho mai affrontato grandi superfici con la pittura figurativa, quindi il mio parere è relativo. 

"Eh?!", tecnica mista su carta stampata - Gianluca Salvati 2013

Ma sono contrario all'utilizzo di proiettori per i lavori realizzati su tela fino ad un formato di 2 metri di altezza per un paio di larghezza. Anche il Papari, dopo averne sperimentato i risultati su un quadro, sul proiettore è stato molto chiaro: non ha nulla a che vedere con la caratterizzazione che dà il disegno a mano libera. Il cui valore resta incomparabile, nonostante gli strabilianti progressi della tecnologia attuale. Il disegno rappresenta il non plus ultra della creatività per l'artista plastico, specialmente oggi che le riproduzioni fotografiche sono alla portata di chiunque.


Cow boy, pennarelli su carta - Gianluca Salvati 2013

sabato 9 novembre 2013

Pittura figurativa contemporanea - colore e luce

Colorismo: (agg. colorista) in pittura, tendenza a far prevalere il colore sul disegno e sulla linea; effetto stilistico basato sul colore più che sulla composizione o che mette in risalto le qualità del colore. Nell'arte rina­scimentale si può trovare un esempio di pittura coloristi­ca in Tiziano , nelle cui composizioni le qualità tonali del colore assumono un'importanza fondamentale. Nella pittura moderna, Delacroix e gli lmpressionisti ci offrono due esempi di prevalenze del colore sulla linea. Delacroix, in polemica con la tenden­za di Ingres ad «esagerare i contorni», fa una pittura ba­sata su forti contrasti di colore, poiché solo il colore, che è luce, può dare spessore, e quindi vita, alle forme. Anche per gli Impressionisti le forme non possono essere ottenute con le linee, ma con i colori, che vengono stesi con rapidi colpi di pennello per suggerire l'impressione della mutevolezza e transito­rietà dell'immagine.
Scrittori e opere, Marchese/Grillini


1997, olio su tela - Gianluca Salvati

venerdì 8 novembre 2013

Storia di un quadro | Arte e impegno di Carlos Fuentes

Personalmente non credo alla figura dello scrittore “impegnato”, così come credo che nessun artista possa essere obbligato a prendere una posizione.
Ritengo che uno scrittore soddisfi i propri obblighi morali nel momento in cui riesce a mantenere vitale la propria immaginazione e il proprio linguaggio. I primi atti compiuti da Hitler, Stalin e gli altri tiranni sono stati quelli di mettere al bando la scrittura e la libera stampa: non c’è nulla che un dittatore teme maggiormente dell’immaginazione. Uno dei motivi per cui sono particolarmente felice per il premio Nobel attribuito a Günter Grass è l’implicito riconoscimento per lo straordinario lavoro di restauro e di rivitalizzazione che lui ha compiuto attraverso l’immaginazione su una lingua mortificata da un periodo di barbarie. È esattamente questo il fine ultimo che dovrebbe avere uno scrittore in campo politico, e a questo riguardo ci sono esempi illuminanti da parte di autori che hanno preso posizioni in apparenza più distaccate: pensi a Balzac che si dichiarava reazionario e monarchico, ma attraverso la sua scrittura, e il mondo che ha descritto in maniera indimenticabile, ha influenzato milioni di persone che hanno fatto scelte politiche diverse dalle sue, non ultimo Karl Marx.  Non esistono regole fisse sul ruolo dello scrittore, né della letteratura.
[…]  Io sono tra coloro che pensano che il modo migliore per essere realmente universali è rimanere fedeli alle proprie radici.  Questo non significa che bisogna rimanere all’interno degli orizzonti del proprio paese: credo che il mondo moderno inviti chiunque a partecipare della cultura altrui, a condizione di non snaturare la propria.
Carlos Fuentes

Violencellista, olio su tela - 1998

martedì 5 novembre 2013

Welcome to Artworld | "Good - Piero Golia c'era...", olio su tela

In America il mercato dell’arte si fa anche istituzione, più di quanto sia mai successo altrove. Ed è proprio nel passaggio dal mondo dell’arte ad Artworld (un ambiente artificiale che somiglia a un parco a tema) che Hughes individua i prodromi della crisi creativa americana di cui egli è ora il cronista più lucido.
L’era dell’ansietà con l’inizio della guerra in Vietnam, porta con sé il rifiuto della bravura tecnica, che le scuole d’arte americane scontano ancora adesso. Nei leggeri anni Ottanta, la distruzione del mercato dell’arte si camuffa da boom: prezzi inflazionati, musei costretti dalla competizione a vendere invece che a comprare, case d’asta dove si prestano i soldi ai compratori, giornali che dimettono la funzione critica per farsi bollettini pubblicitari, il gergo postmodernista alla Baudrillard.
 Niente a confronto di quello che è successo poi: “Se l’idea di gusto sembrava fuori moda negli anni Ottanta, nei Novanta divenne un concetto offensivo, poiché si porta dietro l’idea della discriminazione, che a sua volta, come si sa, è egemonica e sessista”.
E’ vero, con le quotazioni si sgonfiano anche personaggi come Jeff Koons e Julian Schnabel, “un rotondeggiante e presuntuoso pittore che una volta si paragonò a Giotto e Van Gogh”. Ma ciò che resta è solo l’arte delle identità politicamente corrette, “quella che consente il piacere di essere radicali, senza i suoi rischi”.


Good - Piero Golia c'era..., Gianluca Salvati 2012

giovedì 21 febbraio 2013

Macchiaioli, Giovanni Fattori | “Gli uomini che fecero l'Italia” di Giovanni Spadolini | Libecciata, olio su tela

“Macchiaioli”. È una parola che i francesi non riescono né a tradurre né a pronunciare. Tachistes (in francese macchia si traduce in tache) indica una scuola artistica radicalmente diversa. Impronunciabile il nome, per un secolo e più la critica francese ha ignorato la scuola livornese-fiorentina che si chiamò tale, alle origini dello Stato unitario, nel 1862, per reazione polemica al giudizio derisorio e ironico di un quotidiano torinese. E prima che Torino perdesse, a vantaggio di Firenze, il ruolo di capitale.
È stato un contenzioso di silenzi o di equivoci, che si è chiuso solo, nell'autunno del 1978, con la mostra al “Gran Palais” dedicata a “I macchiaioli peintres en Toscane aprés 1850”, con quel titolo semplice e scabro.
[…] Solo Giovanni Fattori aveva squarciato, in qualche momento, la nebbia dell'indifferenza generale o della sufficienza e alterigia burocratica.
[…] Essenziale, nella sua storia personale ed artistica, l'origine livornese. Livorno: la città più libera della Toscana ottocentesca. La città che per prima aveva tradotto l'Encyclopédie e introdotto gli illuministi nella penisola. La città dell'Indicatore livornese, sacra alle prime esperienze di Mazzini. La città delle passioni repubblicane represse e del tempestoso magistero guerrazziano. La città dove il Quarantotto significò qualcosa, turbamento, lacerazione di vecchi schemi, quasi insurrezione popolare e non fu soltanto aggiustamento o evocazione di antichi miti nazionali, di remote illusioni archeologiche.
[…] Come livornese, come guerrazziano, Giovanni Fattori partiva da una posizione democratica, popolaresca e, almeno agli inizi, repubblicaneggiante. Non era e non sarà mai uomo della consorteria.
[…] Nel complesso, al di là di ogni giudizio e di ogni annotazione estetica, quell'opera pittorica, quella specie di Risorgimento illustrato, assolverà una funzione precisa di apostolato e di pedagogia nazionali, paragonabile a De Amicis col suo Cuore.
Dal punto di vista artistico, il “monumentale” Assalto alla Madonna della Scoperta non riesce ad allontanare lo sguardo dalle piccole e incantate marine di Castiglioncello, dagli abbozzi di vita campestre, in cui il brivido della pittura macchiaiola si avverte con un ritmo tanto più intenso e sofferto. 
Il suo mondo ideale è delimitato dalle pianure solitarie della Maremma, e le macchie dei boschi si identificano con gli artifici pittorici, e gli alberi taciturni e potenti diventano veicoli di un paesaggio che non è mai retorico, che è teso esclusivamente alla scoperta della natura (non a caso i cavalli dominano le opere di un tipo e dell'altro).
Si è parlato di Corot per Fattori, e non esistono dubbi sulla profonda ammirazione del pittore italiano (che conosceva Parigi, che non era affatto un “sempliciotto”, come fu descritto) per il grande artista d'oltralpe, da lui rivisitato con devota attenzione nel 1875. E in Giovanni Fattori c'è, come in Corot, l'ambiguità fra l'arte tradizionale che si consuma e l'arte nuova che è anticipata, intuita, scoperta.
Grande pittore, Fattori fu grandissimo come incisore e acquafortista. Con metodo personalissimo e con una fedeltà meticolosa, puntigliosa da artigiano, ebbe la capacità di elaborare un corpus di oltre centosessanta lastre, che costituiscono un record nell'arte italiana: tutte omogenee, respiranti in uno stesso clima. Il frutto di una tecnica mirabile che si inserisce, con una vena inconfondibile, nel clima di naturalismo e di verismo sociale che negli stessi anni, in opposizione all'impressionismo, impronterà di sé tanta parte della produzione artistica e letteraria d'Europa.
Gli uomini che fecero l'Italia, Giovanni Spadolini

Libecciata, olio su tela Giovanni Fattori

domenica 6 gennaio 2013

Storia di un quadro | Piero Golia, artista concettuale - "Nulla dies sine linea". Nudo giallo

Piero Golia ha frequentato il Corso Libero del Nudo all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Alunno poco dotato, benché testardo, Piero Golia non ha mai imparato a disegnare, per non parlare della pittura: non è arte sua... Eppure, questo non gli ha impedito di diventare un artista concettuale ed esporre in luoghi di un certo rilievo.


Evidentemente Piero Golia ha delle doti nascoste...
Nel 1996, gli chiesi un suo disegno: un classico nudo disteso disegnato a matita che pareva fatto col fil di ferro. Era un disegno stranamente comico, Piero Golia fu così gentile da donarmelo.  Tempo dopo gli portai la foto del quadro che avevo realizzato da quel disegno.

" Nudo giallo" da un disegno di Piero Golia, 1996

Avevo lavorato a quel quadro cercando di adattarmi al suo stile, ovvero interpretando in pittura quei primitivi segni a matita. Allo stesso modo, cercai un colore impattante e non elaborato. Quando lo vide, Piero Golia commentò con un laconico: “O' cessss...”, dimostrandosi conscio dei propri limiti e forse credendo che mi stessi prendendo gioco di lui. 
In realtà trovai quell'operazione estremamente divertente.

lunedì 19 novembre 2012

Massoneria | Escuela Agustin Codazzi: "Nulla dies sine linea" | Bruno Teodori - Gli speciali del Corriere | Lucia Veronesi

Il cervello negli Usa, il cuore in Italia

"Nulla dies sine linea" - american staffordshire terrier

[...]  Bruno Teodori é il preside della scuola italiana “Agustin Cudazzi” di Caracas , una delle due piú grandi (l’altra é la “Bolivar y Garibaldi”) della capitale, in cui si studia la nostra lingua. Ma la “Cudazzi” é l’unica scuola italiana legalmente riconosciuta. Un osservatorio privilegiato perciò, quello di Teodori, per capire i giovani italovenezuelani.
«Soprattutto quelli della terza generazione hanno stabilito un legame molto forte con l’Italia», dice. «Ce ne accorgiamo dal numero crescente di iscrizioni. É un legame sentimentale che ha tante e intuibili motivazioni. Il richiamo razionale é esercitato invece dagli Stati Uniti».

Murales, acrilici su parete 2010 - Gianluca Salvati

In che senso? Teodori: «Nel senso che la presenza culturale ed economica gli Stati Uniti qui é altrettanto forte. Cosa vuole, sono al di là del Mare dei Caraibi, diciamo un’ora di volo. Moltissimi giovani, venezuelani toutcourt e italovenezuelani, vanno lì a studiare e inevitabilmente ne tornano influenzati, soprattutto dalle dinamiche economiche, e dai tanti aspetti del business possibile». E allora, preside? «E allora, possiamo dire che i giovani italovenezuelani hanno il cervello negli Stati Uniti e il cuore in Italia. Ma non considero questa circostanza una limitazione, anzi».
Perché? «Perché il pragmatismo statunitense unito alla fantasia, all’inventiva e alla sensibilità italiane possono tornare utili a tutti nel momento in cui questi giovani diventeranno dei manager: al Venezuela, agli Stati Uniti e all’Italia. Nell’epoca in cui sono tramontati i nazionalismi culturali e sono stati abbattuti gli steccati ideologici, dobbiamo pensare a un nuovo soggetto sociale che abbia in sè il meglio del passato e il meglio del futuro. Mi sembra che i giovani italovenezuelani, con il cervello negli States e il cuore in Italia, rappresentino quello che cerchiamo».

Paseo por la calle, olio su tela 1997 - Gianluca Salvati

Nella notte tropicale l’aereo fa un lungo giro prima di imboccare la rotta per l’Australia. Caracas è laggiù, foresta di luci che si allontana. La Svizzera dei Caraibi cerca di uscire dalla stagione dei rimpianti: lo fa scommettendo ancora sugli italiani. Solo che questa volta toccherà ai figli e ai nipoti rincorrere il futuro.

La caduta, olio su tela 1996 -  Gianluca Salvati

gianluca salvati

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Gianluca Salvati - Lotta di cani

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