Uomo che saluta - olio su tela 1996

Uomo che saluta - olio su tela 1996
Esposto nel 1997 (c'era quel coniglio di Piero Golia) - coll. Franco Chirico

Saul Bellow 1997: funzione dell'arte

Io non propongo assolutamente niente. Il mio unico compito è descrivere. I problemi sollevati sono di ordine psicologico, religioso e - pesantemente - politico. Se noi non fossimo un pubblico mediatico governato da politici mediatici, il volume della distrazione forse potrebbe in qualche modo diminuire. Non spetta a scrittori o pittori salvare la civiltà, ed è uno sciocco errore il supporre che essi possano o debbano fare alcunché di diverso da ciò che riesce loro meglio di ogni altra cosa. […] Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo.

sabato 28 febbraio 2015

Conferenza di Vittorio Sgarbi all'hotel Vesuvio

Un mese prima della visita a Perugia organizzata dal prof Massimo Bignardi, c'era stata una conferenza di Vittorio Sgarbi all'hotel Vesuvio. Ero venuto a conoscenza dell'evento da una signora, piuttosto esaltata a dire la verità, che frequentava la chiesa dove, da ragazzino, avevo fatto il chierichetto (ero ancora giovane e incosciente). 
Quella signora viveva la religione in maniera totalizzante e, fondamentalmente distorta. Tanto per fare un esempio, una volta eravamo appena giunti in macchina sotto al suo palazzo, il tempo di uscire e qualcuno lanciò una busta d'acqua sull'auto. L'impatto improvviso del sacchetto sulla carrozzeria ci fece saltare. La signora colse l'occasione per dire che era stato il diavolo a lanciare quel sacchetto poiché aveva ascoltato i nostri (i suoi) discorsi. L'argomento di quei discorsi, ovviamente, era monotematico. Dio, religione, preti, conventi, ecc. 
Ad ogni modo ci disse di fare il pernacchietto al diavolo, indicando verso la busta bianca sul tettuccio della macchina. Mio fratello subito l'accontentò. 
Io non solo non seguii il consiglio, ma ne approfittati per tirare le somme su quella bigotta: doveva aver perso diverse rotelle per la via...
La signora abitava poco distante da casa mia ed era sposata ad un pittore di quadri tradizionali (per lo più paesaggi) e il loro figlio si era dato alla politica, come seguace della lista di Vittorio Sgarbi; a sentire la bigotta, suo figlio andava con Sgarbi... 
Il noto storico dell'arte, già personaggio televisivo (da Canale 5 del gruppo Mediaset) lanciato dal giornalista Maurizio Costanzo (Tessera di adesione alla P2 n.° 626), a quei tempi era anche onorevole e si proponeva come fondatore di un nuovo movimento politico. 
Durante la conferenza spiegò perché non aderiva al movimento politico di Forza Italia, guidato da Silvio Berlusconi (Tessera di adesione alla P2 n.° 625), in quanto il solo nome, Forza Italia, gli ricordava la pubblicità dell'olio per i motori. 
Il sommo critico prese a parlare di arte e di mezzogiorno, affermando che le mostre che si facevano a Napoli, per esempio sui caravaggeschi, erano di alto tenore, cosa che al nord si sognavano...
Prese a interrogare il pubblico, qualcuno voleva intervenire? Silenzio in sala.
Io sapevo che quelle affermazioni erano quantomeno azzardate, infatti mi spostavo già da due anni per andare a vedere mostre di arte contemporanea (non di sola arte antica si vive...) che a Napoli erano rare e riguardavano solitamente artisti locali. Ma non mi interessavo di politica, né mi interessava contraddirlo: non sia mai, se Sgarbi si inalberava poi chi lo fermava più...
Prima dell'intervento di Sgarbi aveva parlato un politico napoletano, uno piuttosto giovane e segaligno, costui aveva fatto una tirata assai infuocata sul partito comunista italiano, che spesso citava come partito comunista bulgaro italiano. La causa di tutti i mali. 
Come ho già detto, la politica non mi interessava, ero lì con un blocchetto di foto dei miei quadri che volevo consegnare a Sgarbi, e l'avrei fatto, anche a costo di sorbirmi cazzate simili.
L'amico che mi aveva accompagnato era stato perentorio: "...quelle foto devi dargliele..."

Avevo già letto Sciascia, e quello che lo scrittore riportava su Pasolini nel libro L'affaire Moro. Secondo PPP il fascismo in Italia non aveva mai lasciato il potere, proseguendo di fatto nella Democrazia Cristiana. Ma, questa citazione storica, ai tempi l'avevo anche dimenticata. 
Oggi so che Pasolini si sbagliava, per difetto, il fascismo esisteva anche prima del ventennio, solo che aveva un altro nome. Più o meno come uno che cambi abito. 
Per questo motivo le parole di quel politico erano ancora più fuori luogo.

Vicino a me c'era un signore dell'età di mio padre con gli occhiali e dei pantaloni assai sgargianti, sembrava una vecchia checca se non fosse che era accompagnato da un ragazzo e una ragazza che parevano i suoi figli. Ad un certo punto Sgarbi aveva avuto uno scambio con lui parlando di una terza persona non presente lì.
Quando la conferenza finalmente ebbe termine, mi avvicinai all'oratore. C'era una certa ressa, alcuni gli chiedevano gli autografi. Dovetti lottare per almeno cinque minuti per avvicinarmi a Sgarbi, che visto in televisione sembra più alto di 15 centimetri buoni (è proprio vero che la tv ingigantisce tutto...). 
Gli detti il blocchetto di foto e lui lo buttò sopra i suoi libri, quasi seccato. Me ne andai soddisfatto.
Buttando un'ultima occhiata alla sala notai una cosa: quei ragazzi che prima non mi facevano passare erano ancora lì, solo che ora non facevano ressa. Che strano.

E poi, dov'era il figlio dell'esaltata, quello che... andava con Sgarbi
Una volta l'avevo intravisto alla galleria dove esponeva suo padre, ma quel giorno non c'era nessuno che gli somigliasse.
Col mio amico facemmo una passeggiata sul lungomare di Mergellina (era un sabato mattina alquanto grigio) favoleggiando su quell'incontro del destino.
Si era ancora troppo giovani e inesperti per capire come va il mondo.

A casa i miei volevano sapere come era andata la conferenza. Non gli dissi niente. 
La moglie del pittore e madre del politico che andava con Sgarbi, il giorno prima aveva telefonato almeno due volte per fare pubblicità all'evento. 
Al telefono aveva detto che suo figlio ci avrebbe presentato Sgarbi. Ad ogni telefonata, l'esaltata aveva insistito affinché portassimo nostro padre. Mio fratello che aveva risposto ad una telefonata e non gli aveva dato alcuna importanza. Per me, che avevo intercettato l'ultima chiamata, mi pareva una chance da non perdere, così avevo chiesto a mio padre di accompagnarmi. 
Ma mio padre non era voluto venire: non è uno che si faccia tirare per la giacca da chiunque e devo dire, col senno di poi, che fece benissimo.


Il pernacchietto, olio su tela - Gianluca Salvati fecit 1995

domenica 22 febbraio 2015

Visita a Burri con Massimo Bignardi | Città di Castello: il cellotex danneggiato

Quando frequentavo il corso di Nudo all'accademia di Belle Arti di Napoli, ho preso parte a diverse gite e viaggi d'istruzione a musei e fondazioni. Una di queste, nel marzo 1994, riguardava la Fondazione Burri a Città di Castello. La organizzava il professor Massimo Bignardi, insegnante di storia dell'arte all'accademia.
Essendo il viaggio della durata di un solo giorno, la partenza era prevista prima delle 8.00. C'era stata una discreta adesione alla gita, si partiva con due pullman. Massimo Bignardi era sul mio autobus. Ricordo che parlava della situazione politica del momento: non c'erano più i riferimenti degli anni prima del 1992. Rimanevano in piedi i sindacati. E poi di punto in bianco fece una tirata positiva su Mediaset, in particolare: il prof Bignardi aveva fatto richiesta di contributi per una non meglio precisata mostra e a Rete Quattro aveva trovato persone disponibili che avevano soddisfatto la richiesta senza battere ciglio.  Dall'arte alla politica
Non riuscivo a trovare il nesso tra Rete Quattro e l'arte, forse provando ad anagrammare le parole qualcosa dovrebbe venir fuori...

Il mese prima, avevo ascoltato una conferenza di Vittorio Sgarbi all'hotel Vesuvio. L'onorevole presentava una nuova lista politica... e durante la conferenza prese a parlare di arte.  
Dalla politica all'arte... 
Di lì a poco ci sarebbero state le elezioni che avrebbero visto la vittoria del noto piduista nonché monopolista televisivo, Silvio Berlusconi...

Era una bella giornata e il viaggio fino a Perugia fu piacevole. Visitammo la fondazione, dove erano esposte opere con le varie fasi dell'artista il quale era una fascista e non ne ha mai fatto mistero (ma amo da sempre la sua opera, al di fuori delle pitture...).
Si era alla fase in cui Burri lavorava con la fiamma dei cellophane, plasmandoli secondo le sue esigenze, senza usare neanche una mascherina di protezione dai fumi.

Alberto Burri lavora un cellotex - foto Aurelio Amendola

A un certo punto l'addetta alla fondazione si accorse che un cellotex di Burri era stato danneggiato. Pare che un allievo dell'accademia per fare uno scherzo si sia accorto che da un quadro cadeva un lembo di cellophane.
Mentre si stabiliva cosa era accaduto, continuai a guardarmi la mostra. Quando raggiunsi il gruppo, stavano ancora discutendo, ma stavolta c'era anche un signore alto e piuttosto anziano, gli avrei dato dagli 80 ai 90 anni, ma forse ne aveva di più. Il ragazzo che aveva scherzato vicino al quadro, un certo Dario, sembrava piuttosto allarmato per come si erano messe le cose. Il vecchio diceva: -Ora che lo saprà l'artista... 
Il valore di quel quadro danneggiato era 300 milioni di vecchie lire. Il ragazzo si era messo in un bel guaio. Qualcuno lo prendeva  in giro, (è risaputo che i napoletani hanno sempre voglia di scherzare): "Ora devi dargli 300 milioni!" A quel punto il professor Bignardi, che scriveva anche per Repubblica (sezione Napoli e provincia), minacciò il vecchio dicendogli che avrebbe scritto sul giornale del pessimo trattamento subito solo perché napoletani (di Napoli e provincia). 
Il vecchio rispose con la sua voce baritonale: -Ci mancava solo questo... 
Quelle parole dovevano avere il valore di un congedo, perché noialtri andammo via. Ripartimmo, direzione Tuoro, sul lago Trasimeno, dove torreggiavano le sculture di Burri con una disposizione che mi ricordava Stonehenge. Alle 7 della sera prendemmo la via del ritorno.
Il pullman era assai stratificato, c'arano i casinisti, quelli che cantavano, e c'erano persone più cerebrali e silenziose. Non mancava qualche figliola carina. Massimo Bignardi era sul nostro pullman, ma all'ultima sosta, durante il rifornimento di gasolio, scese per andare sull'altro pullman.
Era piuttosto tardi, ed eravamo in forte ritardo rispetto alla tabella di marcia. Prima della partenza l'autista imprecò contro il prof e lanciò il pullman (c'era ancora il cambio delle marce manuale) in uno sprint da formula uno. Poi, per fortuna mantenne un'andatura entro i limiti del buonsenso.
Non molto tempo dopo, però, cominciò a ciondolargli la testa. La qual cosa non prometteva nulla di buono. Ora, di un intero pullman nessuno se ne accorse. O almeno questa fu la sensazione che ricevetti: ciascuno continuava nelle proprie discussioni o attività. Solo io e una ragazza, un bel pezzo di figliola seduta davanti che era rimasta dritta a guardarlo ma senza dir niente, come ipnotizzata, eravamo gli unici consapevoli delle condizioni critiche del conducente. Ad ogni modo mi andai a sedere proprio a fianco del guidatore, forse chiesi a qualcuno di cedermi il posto. L'autista lottava senza fortuna con il sonno, le palpebre gli calavano pesantemente sugli occhi, anche se teneva bene la strada. Decisi di agire in maniera soft, senza allarmarlo. Ero capacissimo di tenergli il volante qualora ne perdesse il controllo, cosicché rimasi lì di vedetta: un occhio a lui e uno alla strada. Non appena capivo che lo stavo perdendo, prendevo a parlargli, facendogli qualche domanda. 
Il giovane, non aveva più di trent'anni, anche se piuttosto conciato, rispondeva bene agli stimoli sonori. E il viaggio proseguì tranquillo fino a Napoli all'una di notte, quando l'autista aveva riacquistato una forma decente.

sabato 21 febbraio 2015

Carmine Di Ruggiero e Giuseppe Pirozzi | Villa Faggella a Capodimonte

Nei primi anni novanta, in pieno rinascimento napoletano, presero piede alcune iniziative mirate a valorizzare il patrimonio storico-artistico di Napoli. La manifestazione più nota è "Maggio dei monumenti": periodo nel quale si dava la possibilità di visionare opere artistiche o visitare siti storici, non accessibili durante l'anno.
Un'altra iniziativa degna di lode, invece, riguardava gli atelier di pittori, scultori, ceramisti, ecc. che operavano nel napoletano. Durante un fine settimana si poteva accedere agli studi di quegli artisti.
Fu in una di queste occasioni che conobbi Carmine Di Ruggiero.
Carmine Di Ruggiero è un pittore assai interessante: materico e solare. Dei pittori napoletani è decisamente il mio preferito. Il maestro aveva lo studio in una antica villa nei pressi della bosco di Capodimonte, villa Faggella. L'ingegner Faggella, proprietario dell'immobile, fittava gli spazi della villa unicamente agli artisti.
Già nel 1992 avevo visitato, con alcuni colleghi di corso, lo studio del professor Giuseppe Pirozzi a villa Faggella. Giuseppe Pirozzi, scultore, insegnava disegno al corso di Nudo dell'accademia di belle arti durante il mio primo anno di frequenza.

Durante un fine settimana dei primi mesi del 1995, tra febbraio e marzo, ci fu la seconda edizione di Atelier aperti. Tra gli artisti che avevano aderito all'iniziativa figurava anche Carmine Di Ruggiero. Non potevo chiedere di meglio. Epperò c'era un problema: quel fine settimana ero influenzato e stavo decisamente male. Non era il caso di muoversi, tra l'altro soffiava un vento freddo che era tutto un programma...
Il sabato me ne restai a casa a recuperare, ma anche il giorno dopo ero assai conciato: stavo in piedi per scommessa. 
Mi feci un paio di calcoli, soppesai i pro e i contro, risultato: quando mi sarebbe ricapitato? Dunque mi preparai e andai a sfidare il vento siberiano.
Mi incamminai a piedi perché non era il caso di mettersi a guidare in quelle condizioni. 

Anche se non era molto distante da casa mia il percorso sembrava interminabile. Per questo motivo più che una visita d'istruzione mi parve di compiere un pellegrinaggio.
Giunto a destinazione, vidi che c'erano anche altri studi aperti, come quello di De Tora al pian terreno. Visitai quelle ampie sale dove si esponevano pittura astratte peraltro piuttosto ripetitive. Quando salii dal maestro, avrei dovuto pensarci, non gli feci una buona impressione. Mi domandò se gli altri artisti avevano aperto gli studi. Gli risposi di si, li avevo appena visitati. Mi disse che voleva approfittare dell'occasione per darci un'occhiata. L'accompagnai a visitare gli altri studi. Lì, il maestro si fermò a parlare con De Tora e Dalisi.
Tempo dopo, finalmente, andammo a visitare il suo studio e ad ammirare i suoi lavori. Confermavo il giudizio che avevo sulla sua produzione, anzi visti dal vero quei lavori erano ancora più vividi e solari. Mi lasciavano senza parole. In quei quadri il maestro catturava la luce di giornate ventose e limpide come quella domenica sulla collina di Capodimonte.
Durante la conversazione con gli altri due, operatori estetici, Di Ruggiero mi disse che, se volevo, potevo intervenire nella conversazione. Gli risposi che preferivo ascoltare. 
Il maestro fu soddisfatto dalla risposta. Ad un certo momento i due ospiti si congedarono e Di Ruggiero mi fece qualche domanda. Gli dissi che ero iscritto al corso di Nudo dell'accademia. "Ah, con Gerardo...", disse.
Mi chiese se ero tra i partecipanti al premio della libreria Guida. Risposi affermativemente. "Sei tu che hai fatto quella specie di scimmia, quel cane..?". Ridendo gli dissi che ero io l'autore del cane. Il maestro si fece serio e sentenziò: "Bello!".


Fox, tempera su cartone - Gianluca Salvati 1994

Il premio non era ancora concluso, c'era stata una prima selezione verso novembre, ed io e i miei colleghi l'avevamo superata. Sapevo che il quadro principale funzionava, ma sentirlo dire da uno della giuria, un vero e proprio talento, faceva tutt'altro effetto.
Quando lo salutai, il maestro mi disse di andarlo a trovare in accademia (ci poteva contare).
Il ritorno a casa fu decisamente più lieve dell'andata.

domenica 25 gennaio 2015

Armando De Stefano a Spazio Arte

Nella seconda metà di aprile del 1999, Paolo Mamone Capria stava curando il catalogo dell'opera di Armando De Stefano. In quel periodo esponevo la mia "prima personale" da Spazio Arte (la "primissima" personale l'avevo tenuta 3 anni addietro in un bar poco distante). Così, una sera Paolo si presentò col mitico pittore napoletano: quello che con la pittura si era arricchito (a Napoli, per giunta).
C'è da dire che il talento di Armando De Stefano è innegabile già dalla sua prima produzione, dunque il merito al successo è ampiamente riconosciuto. Che poi l'artista ad un certo punto della sua carriera abbia preso a ripetersi, come piace al mercato, resta un dettaglio.
Diverso è il caso di quelli, che in assenza di talento o grazie a non meglio precisati talenti, vanno avanti, per così dire, baciati dal regime...
Il mondo è pieno di gente così. Io stesso ne ho conosciuti.
Tornando ad Armando De Stefano, fu un vero onore annoverarlo tra i notabili della scena artistica napoletana che si erano affacciati alla mia personale. Dal prof dell'accademia Massimo Bignardi, tanto per citarne qualcuno, all'editore Tullio Pironti, che si presentò una mattina parlando con un accompagnatore. Fece un giro nell'ampia sala guardando i quadri uno ad uno, sempre interloquendo col suo conoscente che lo seguiva al fianco. E sempre dialogando se ne uscirono, così com'erano entrati.
Mi pareva la versione riveduta e corretta della scuola peripatetica
E, ancora meglio, mi ricorda un'intervista a Massimo Troisi, dove il comico partenopeo parlava della funzione dell'arte e più in particolare del ruolo dell'attore.
Ebbene: secondo Massimo Troisi, l'attore ideale era americano (statunitense ndr.), perché, qualunque cosa facciano, parlano e parlano.
Portava l'esempio dello statunitense medio che rincasa. Saluta la moglie e comincia a parlare. Si dirige in cucina dialogando: domanda, risponde, racconta. Apre il frigo, cerca qualcosa da bere e continua ad articolare parole e frasi con la consorte che si trova nell'altra stanza.
Questa era, per massimo Troisi, la quintessenza di un attore: un tipo loquace, a prescidere da ciò che fa.

Paolo Mamone Capria è un signore nato. Sapevo che stava curando il catalogo per Armando De Stefano, dato che lui non ha mai fatto mistero delle sue attività. Ma non credevo che portasse l'artista alla mia personale.
Fu una vera sorpresa. 

Era grazie a Paolo se e il gruppo dei "Fab Four", come lo chiamavo scherzosamente io, stava in piedi.
Ma la parte più bella di questa storia è che il maestro Armando De Stefano ritornò alla mia mostra, sempre con Paolo Mamone. Quando mi salutò, disse che lo invitavano spesso vernissage e inaugurazioni di mostre... ma c'era un solo motivo che lo spingeva a ritornare ad un'esposizione: perché i quadri gli erano piaciuti.


Discobolo, olio su tela - Gianluca Salvati 1999


domenica 14 dicembre 2014

Il ritratto - La vita privata dall'Impero romano all'anno Mille | Philippe Ariès, Georges Duby



Con loro il ghiaccio è presto rotto: per conoscerli basta guar­darli negli occhi; a loro volta ci guardano così. Non in tutte le sue epoche l'arte del ritratto comporta un simile scambio di sguardi.
Quest'uomo e questa donna non sono degli oggetti, poiché ci vedono; ma non fanno nulla per sfidarci, per sedurci, per con­vincerei o farci intravedere una qualche interiorità che non ci sentiremmo più di giudicare. Scoprono la nostra presenza meno di quanto non si offrano tranquillamente agli occhi della gente: la nostra presenza è accettata come naturale, e loro stessi si trovano naturali: sono ciò che siamo, e gli sguardi si scambiano a livello di parità sul piano di un valore comune.
Quest'umanità greco-romana a lungo è stata classica; era qual­cosa di naturale, non era datata, concedeva ampio respiro. Il padre di famiglia e la moglie non si mettono in posa e non ricorono ­alla mimica; il loro abbigliamento non ostenta distintivi sociali o simboli politici, l'abito non fa la persona; lo scenario è vuoto: davanti a questo sfondo neutro l'individuo è se stesso e sarebbe lo stesso ovunque, altrove. Verità, universalità, urnanità. La donna ha riposto la sua eleganza nell'acconciatura; non porta gioielli.
Oggi noi crediamo piuttosto al carattere arbitrario dei costumi, ­al tempo della storia, al finito. Per ridestarci dal sogno umanistico in cui sono immersi basta un primo argomento, ancora esteriore: quest'uomo e questa donna erano abbastanza ricchi da farsi dipingere. Dopo tutto solo in apparenza sono degli individui qualsiasi; questo ritratto, che si scambierebbe con un'istantanea, come per caso, ha fissato la loro identità a un'età canonica: quando ­si è smesso di crescere e ancora non si è cominciato a invecchiare. Non sono esseri in carne e ossa, colti in un momento qua­lunque della loro vita, ma i tipi individualizzati di una società che vuoI essere al tempo stesso naturale e ideale. L'istante coin­cide con una verità senza età e l'individuo è un'essenza.
Marito e moglie tengono in mano gli attributi meno conte­stabili e più personali della loro superiorità sociale; non quelli ­borsa e spada - della ricchezza e del potere, ma un libro, delle tavolette per scrivere e uno stilo. Si tratta di un ideale naturale di cultura: il libro e lo stilo sono visibilmente per loro stru­menti familiari di cui non fanno pompa. Cosa abbastanza rara nell'arte antica, poco amante dei gesti abituali, l'uomo appoggia, come in attesa, il mento sulla sommità del suo libro (in forma di rotolo) e la donna porta pensosamente alle labbra lo stilo; va in cerca di un verso: la poesia era anche un'arte delle signore. Michelangelo amerà i gesti «autistici» (il suo Mosè si accarezza distrattamente la barba), essi rivelano in lui l'ombra di un dubbio o di un sogno. Ma qui non si sogna: si medita e si è sicuri di sé, perché il gesto autistico prova l'intimità della cultura; non sono dei privilegiati: tengono in mano dei libri perché queste sono le cose che amano. La sottigliezza e la naturalezza di queste belle menzogne fanno la grandezza del mondo greco-romano che stiamo per visitare. Borghesi o signori? Gente raffinata. Se l'ami­cizia ed il lutto hanno dei diritti, mi si permetterà di dedicare le pagine che seguono alla memoria di Michel Foucault: tanto forte egli era che a star con lui si provava lo stesso piacere che dà la vicinanza di una montagna. Si è perduta una fonte di energia.

    It is a strange courage
   You give me, ancient star.
   Shine alone in the sunrise 

   Toward which you lend no part.
 Paul Veyne

La vita privata dall'Impero romano all'anno Mille - Philippe Ariès, Georges Duby

venerdì 5 dicembre 2014

La scienza della pittura e la filosofia naturale | Leonardo da Vinci e l'arte plastica

"Sel pittore vuol vedere bellezze che lo innamorino, egli n'è signore di generarle; se vuol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n'è signore e creatore; e se vol generare siti e deserti, lochi ombrosi o freschi ne' tempi caldi, esso li figura e così lochi caldi ne' tempi freddi... et in effetto ciò ch'è nell'universo per essenzia, frequenzia o immaginazione, esso l'ha prima nella mente e poi nelle mani" (dal Codice Urbinate). 
Mai il compito del pittore era stato tanto alto, né mosso da simile tensione titanica. Per Leonardo la pittura, suprema arte della figura superiore alla scultura, alla musica e alla poesia e summa di ogni conoscenza concessa all'uomo, è equiparata alla filosofia naturale, che indaga l'apparenza delle cose e le cause dietro ad esse celate. La sfera del rappresentabile si è allargata a ogni campo della realtà e dell'immaginazione; l'arte ha pienamente conquistato la sua liberalità.
Leonardo da Vinci - ArtBooK

Il cartone della Sant'Anna, Leonardo da Vinci

domenica 30 novembre 2014

Arte contemporanea: Human, collage | Quattro ballate gialle, Federico Garcia Lorca


 IV  Sopra il cielo delle margherite cammino

Stasera immagino
d'essere santo.
Mi posero la luna
in mano.
Io la riposi
negli spazi
e il Signore mi premiò
con la rosa e il nimbo.

Sopra il cielo
delle margherite cammino.

Ed ora me ne vado
per questi campi
a liberare le ragazze
dai cattivi innamorati
e a regalar monete d'oro
a tutti i bambini.

Sopra il cielo
delle margherite cammino.

                                       Federico Garcia Lorca


Human, collage su carta - Gianluca Salvati 2004


giovedì 27 novembre 2014

Nulla dies sine linea | I disegni dei maestri: il primo cinquecento toscano - Michelangelo e Leonardo

A proposito di tecniche, è da notare in questi anni una progressiva semplificazione rispetto ai più elaborati mezzi grafici quattrocenteschi, semplificazione che tuttavia ha i suoi ripensamenti e i suoi ritorni di fiamma.
[...] "Molti altri fanno con la penna sola, lasciando i lumi alla carta, che è difficile ma molto maestrevole". È, quest'ultimo, lo stesso procedimento descritto dal Cellini, che ha evidenti analogie con la tecnica incisoria: "Con la penna si disegna intersegando una linea sopra l'altra, e dove si vuol fare più ombre, si sovrappone più linee, e dove manco, vi si fanno manco linee, fintantoché si viene a lasciare la carta bianca per i lumi. Questo modo di disegnare è difficilissimo, e solo pochi sono quelli, che eccellentemente abbiano disegnato di penna".
[...] Se tale era la varietà dei modi, altrettanto ricca era la gamma dei temi, che tuttavia in senso stretto restarono ancorati soprattutto ai dogmi quattrocenteschi dello studio del nudo (la testa, l'intero, o singoli particolari, soprattutto mani e piedi) e del panneggio.
[...] Ciò non toglie che se lo scopo del disegno era in partenza scolastico e utilitaristico, il suo risultato non potesse invece essere straordinariamente vitale e indicativo dei più segreti umori dell'artista, che spesso vi si lasciava andare ad esperimenti non arrischiati in pittura; così se i temi erano ancora quelli antichi, il modo di interpretarli era a volte addirittura rivoluzionario o almeno, nei minori, sensibile alle novità più di quanto non avvenisse sulle opere in grande.
Si prenda il tema classico del nudo. Tutto il '400 fiorentino ne aveva indagato la struttura e le possibilità di movimento, eppure, quando Michelangelo studiò i suoi modelli nudi, il risultato fu tutt'altro da quello strettamente anatomico-dinamico quattrocentesco: la figura umana assunse proporzioni ideali, paragonabili per rigore a quelle degli edifici antichi, e una potenza plastica affatto nuova, che permetteva moti e scorci fino allora intentati, in un gioco di "contrapposti" difficilissimi che avrà elaborazioni e imitazioni per tutto il secolo. 

Michelangelo Buonarroti, disegno

Così quando questo stesso tema del nudo sarà studiato da Leonardo, egli ne individuerà ogni possibile compromissione col "lume universale dell'aria" e con lo spazio, in un animismo continuamente mutevole, che pure avrà i suoi echi per tutto il secolo. Mentre la lezione che Raffaello trarrà dal nudo sarà la "grazia" di perfetti equilibri proporzionali e di armoniche cadenze lineari, in un rinnovato classicismo. Quando poi questi studi di nudo si allacceranno in un discorso compositivo, la ricchezza degli effetti sarà ancora più nuova, scavalcando ogni timidezza quattrocentesca, vuoi nel tema sacro, vuoi in quello, altrettanto tradizionale a Firenze, della battaglia.
I disegni dei maestri - Il primo cinquecento toscano

Leonardo da Vinci, studio di panneggio

venerdì 21 novembre 2014

Saul Bellow, funzione dell'arte nella società contemporanea

Non è semplice far si che la gente ascolti, e una volta ascoltato presti anche attenzione e infine si persuada.  Queste difficoltà sono radicate nel cuore stesso della condizione dell’uomo contemporaneo, perché ormai abbiamo imparato ad ascoltare e non ascoltare, ad essere presenti ed assenti allo steso tempo.
[…]  Quando si fa un mestiere che si fonda sulla capacità personale di ottenere e mantenere attenzione, la distrazione, compatta e diffusa com’è a livello planetario, è precisamente la condizione ostile contro la quale si è chiamati a combattere.  La distrazione, alla quale mi capita spesso di pensare come a un fortissimo rumore di fondo, è la barriera attraverso la quale lo scrittore, il pittore, il musicista e il pensatore devono aprirsi un varco.  La distrazione è il confine entro il quale opera il difficile tentativo di indurre gli altri a prestare attenzione all’essenziale, nel momento in cui questa attenzione è sollecitata da ogni parte.  Uno scrittore, dunque, si trova a competere non tanto con gli altri scrittori quanto con tutti i grandi poteri politici e sociali, ciascuno dei quali reclama incessantemente una porzione della nostra mente.
 […]  Ma in questo vasto terreno comune di turbolenza la mente è obbligata a volare molto lontano per  poter trovare un posto davvero tranquillo dove fermarsi.  L’emozione diviene instabile, là dove la distrazione è così diffusa.  Vasti progetti e imprese vivono della nostra attenzione e fanno di tutto per ottenerla, spesso con mezzi più ingannevoli che corretti.  Ogni giorno siamo spinti a comprare automobili, cosmetici, pillole per tenerci in buona salute, antidolorifici, sonniferi, siamo invitati ad aprire conti in banca, a fare investimenti, a soddisfare i nostri capricci, a finanziare iniziative, a entrare in club, a fare vacanze all’estero, ad acquistare computer dell’ultima generazione.
Con questo non voglio mettere sotto accusa il marketing e la società dei consumi, ma accumulare prove che servano a interpretare gli effetti di queste attività commerciali, nonché di altre attività, sulla nostra mentalità e cultura.
Un professore di un’università californiana (che a quanto sembra non aveva niente di meglio da fare) ha calcolato che in un qualsiasi giorno della settimana il New York Times contiene più informazioni di quante un contemporaneo di Shakespeare avrebbe potuto raccogliere nell’arco di una vita intera.
Sono pronto ad ammettere che questo possa essere più o meno vero, anche se ho il sospetto che le informazioni in possesso di un elisabettiano di buona cultura fossero meglio organizzate rispetto a quelle dei lettori del Times.  Non riesco ad immaginare che qualcuno sia disposto a leggere da cima a fondo tutte le pagine di un quotidiano.  Vi assicuro che anche un lettore ossessivo, che si fosse messo in pensione o fosse ricoverato in ospedale o in preda alla disperazione, arriverebbe al massimo a poter fare in una giornata solo questo e nient’altro.
[…]  La gente è fiera della propria capacità di “far tornare tutto” a dispetto della confusione che ci circonda.  Molto tempo fa ho scritto che quello di cui aveva bisogno questo paese era una buona sintesi al prezzo di cinque cent.  Ma che sarà di coloro che a nessun prezzo sono in grado di venire a capo di una sintesi, che sono travolti e sommersi dall’incoerenza, dallo squilibrio, dal delirio ?
[…]  I media, con la loro misteriosa tecnologia, possono fare ben poco per insegnarci a leggere nei fatti.  Fanno parte anch’essi dell’eccitazione che generano.  Non sono in grado di fare luce sull’enormità che riferiscono.  Quando ci scuotono i nervi non sembrano fare altro che rispondere a una domanda diffusa, perfino universale, a una ben individuabile richiesta di orrori.
[…]  Naturalmente gli eventi in sé non sono imputabili ai media, anche se talvolta i media giocano effettivamente un ruolo negli eventi, e possono venire manipolati dai terroristi o dai governi e sedotti per diffondere disinformazione e propaganda.  Questi terribili eventi sono presentati altresì in forma di intrattenimento, e devono lasciare spazio agli obiettivi primari delle reti televisive.  In un medium che ha come fine l’intrattenimento, non ci si può soffermare troppo a lungo su di essi.  Divengono rapidamente obsoleti.
[…]  Io non propongo assolutamente niente.  Il mio unico compito è descrivere.  I problemi sollevati sono di ordine psicologico, religioso e – pesantemente – politico.  Se noi non fossimo un pubblico mediatico governato da politici mediatici, il volume della distrazione forse potrebbe in qualche modo diminuire.  Non spetta a scrittori o pittori salvare la civiltà, ed è uno sciocco errore il supporre che essi possano o debbano fare alcunché di diverso da ciò che riesce loro meglio di ogni altra cosa.
[…]  Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua.  Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo.
Saul Bellow


La caduta, part. olio su tela - 1996

martedì 11 novembre 2014

Pittura figurativa contemporanea - Weltanschauung, influenza e formazione | Storia dell'arte di Piero Adorno

La parola "influenza", tanto usata dagli storici dell'arte, non deve infatti essere intesa nel senso esteriore, come qualcosa che condiziona la volontà dell'artista, ma come componente della sua formazione culturale. Ciascuno di noi è quello che è per gli infiniti e continui contatti con il mondo che lo circonda, per gli scambi di idee, le letture, le visioni di oggetti, di opere d'arte, e così via: tutto resta a sedimentare, formandoci e trasformandoci, fino a determinare il nostro modo di pensare, che non è la "somma" meccanica di tante conoscenze; è, al contrario, la nostra interpretazione della società, completamente personale, completamente autonoma; è, per usare un termine tedesco che esprime perfettamente questa idea, la nostra Weltanschauung, la nostra "concezione del mondo".
L'arte italiana vol. I, Piero Adorno


Tennista, olio su tela - Gianluca Salvati 1999


gianluca salvati

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Gianluca Salvati - Lotta di cani

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